aşk ilanım – dichiarazione d’amore (e divagazioni linguistiche)

È proprio vero che quando uno è innamorato vede segni e richiami all’oggetto del suo amore ovunque. Può essere lontanissimo, in un posto totalmente irrelato rispetto a quello del suo amore, a fare cose completamente irrelate rispetto a quelle che faceva col suo amore…eppure ogni cosa gli parla di lui; lo sente sempre e vede segni e richiami di lui in ogni dove, in ogni cosa.

Era solo il secondo giorno che pestavo terra ugandese e respiravo aria ugandese, precisamente ero a Lira, in viaggio da Kampala verso Kotido, ospite per una notte dalle comboniane locali. Una delle cose che mi sentivo dire più spesso in quelle prime ore in Uganda, e che non posso dimenticare, era una cosa tipo “…che a Kotido non la troverai!”: “mangia, mangiale le geeste che a Kotido non ce ne sono!”, “prendine ancora che poi a Kotido mica ne trovi di questo!”, “compralo qui perchè a Kotido non ne trovi mica eh!”. Non avevo idea di dove stessi andando (mia unica stella polare: il bishop) e già questi comboniani me ne stavano dando una vaga idea (e non particolarmente rassicurante): se non altro sapevo che stavo andando verso una sorta di confino, verso una zona al limite…in parecchi sensi. E fu forse per la consapevolezza di dove mi stavo recando e come avrei vissuto (in solitudine, zero vita mondana…) che una delle suore di Lira, prima di ripartire, mi prestò un libro, facendomi promettere di riportarglielo al mio ritorno. Le era piaciuto, diceva, e mi avrebbe fatto compagnia nelle lunghe e solitarie sere di Kotido: si intitolava La bambina che non esisteva. Fu uno dei primi libri che lessi a Kotido. Ambientato in Afghanistan (suppongo, perchè non è esplicitatamente mai detto ma ci sono riferimenti abbastanza chiari); un libro carino, scrittura interessante; ma non mi dilungherò a parlare del libro. Una cosa che mi faceva sorridere mentre lo leggevo era che c’erano un sacco di parole in lingua locale (ripeto, suppongo in Afghano): il cerchio del buzkashi era helal, khalass e tamam (“questo è tutto”), sul pavimento era steso un vecchio kelim. Leggere quelle parole mi strappava un sorriso e al contempo mi provocava un piccolo dolore, una fitta di nostalgia. Huzun. Tutte queste parole infatti sono molto simili a parole turche: in turco halal significa “permesso, consentito” (quello della carne che è “consentito” mangiare perchè macellata secondo i dettami religiosi), tamam significa “ok, va bene, d’accordo” e il kilim è il “tappeto”.

Una volta arrivata a Kotido, grazie alla ricca biblioteca del bishop, trovai molti libri per riempire e arricchire il mio tempo e me stessa (tanti che in 3 mesi non sono riuscita a leggere la metà di quelli che mi ero portata da casa). Alcuni erano saggi storici o antropologici, in inglese, che non avevo davvero nessuna voglia di mettermi a leggere la sera prima di andare a dormire. Fortunatamente le comboniane di Kanawat avevano qualche titolo leggero (e non religioso!) in libreria: Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli furono i primi che lessi (non c’era molta altra scelta a dire la verità). Nuovamente entrambi ambientati in Afghanistan (i casi della vita…? oppure le suore sono particolarmente ispirate dall’Afghanistan? oppure si pubblicano molti romanzi sull’Afghanistan?…), rinnovarono la mia vecchia simpatia per l’asia centrale (nata al liceo con Buonanotte, signor Lenin! di Terzani e alimentata qualche anno fa da Stan Trek: uno più bello dell’altro, nel loro genere) e accrebbero la mia nostalgia per il mio amore mezzo asiatico. Le parole in lingua locale in questi libri si sprecavano. Il primo libro si apriva con una dedica: l’autore dedicava il libro al noor dei suoi occhi, i suoi figli. Nur, in turco, significa “luce” (la luce “sacra”, non la luce elettrica che di dice ışık). E moltissime altre tipo: tashakoor (teşekkür(ler) , in turco) per dire “grazie”, aferin (lo stesso in turco) per dire “ben fatto! bravo”, jan posposto ai nomi propri per dire “caro” (can in turco, ma si legge uguale: “gian”). Leggevo e il mio cuore si intristiva e rallegrava insieme: triste per l’assenza, la lontananza; felice per la presenza (inside…), il ricordo.

Qualche settimana fa sono stata a Moroto, la capitale storica della Karamoja, nonchè la cittadina più grande della regione; per questi motivi probabilmente vi si concentrano le sedi di molte NGO. Io stessa in quei giorni ho alloggiato presso la sede di Cooperazione e Sviluppo, una NGO presente da decenni sul territorio: uno degli scopi della mia visita era quello di valutare se il loro progetto di servizio civile mi piacesse e capire se volevo fare domanda per quel progetto, che si sarebbe svolto nel centro giovani gestito dalla NGO. Una delle attività organizzate dal centro per i ragazzi era un corso di kiswahili, una lingua assai particolare in quanto, mi è stato spiegato, è, di base, una lingua bantu che nei secoli è stata fortemente influenzata dall’arabo e da varie altre lingue per via della necessità dei mercanti, prevalentemente arabi, che commerciavano sulla costa dell’africa orientale di comunicare con i locali. Quel giorno durante la lezione di kiswahili si stavano imparando i giorni della settimana e io ho imparato che “venerdì” in kiswahili si dice juma (letto “giuma”). Inevitabilmente mi sono subito accorta della somiglianza col turco: “venerdì” in turco si dice cuma, letto allo stesso modo che in kiswahili, “giuma” (la c turca si pronuncia come la nostra g dolce). Non è difficile capire che, essendo sia il kiswahili che il turco in qualche modo legate all’arabo e essendo il venerdì il giorno sacro dei musulmani (quindi il giorno più importante della settimana), la religione degli arabi, in entrambe le lingue il giorno santo era rimasto simile all’originale. Ancora una volta, nonostante il salto spaziale, dall’asia centrale alla costa africana orientale, la lingua mi aveva riportata dal mio antico amore: la Turchia.

Stamattina sono uscita con suor Etta per seguirla in una sua visita a un gruppo di catecumeni. Ad un certo punto chiede qualcosa e le viene data una penna. Non conosco il karimojong (se non per alcune espressioni molto basilari come i saluti: ciao, grazie, come va…) ma colgo dei suoni famigliari nella sua domanda: ha detto kalem (“penna”, in turco)? In seguito le chiedo come si dice “penna” in karimojong e lei conferma i miei sospetti: si dice akalem. Una volta di più sorrido e il mio cuore si riempie di huzun, nostalgia. (a proposito, in questo caso non sono riuscita a spiegarmi la derivazione/connessione: è possibile che il karimajong, come spesso fa, abbia attinto dal kiswahili, il quale ha attinto precedentemente dall’arabo e quindi che per tutte e tre le lingue, karimojng, kiswahili e turco, la matrice sia araba. Ma questa è una mia supposizione molto supposta visto che non conosco nè l’arabo nè il kiswahili nè il karimojong)

Sono fisicamente lontana da te, a fare tutt’altro, a cercare di immergermi in un altro mondo. È passato tanto tempo dal nostro primo incontro e l’innamoramento, quello da primi baci e agitazione intestinale, è finito da un pezzo. Il mio amore per te è cresciuto, si è evoluto, è maturato; forse anche grazie alla distanza (come diceva la saggia Lady Cocca a Lady Marian nella versione Disney di Robin Hood: “la lontananza rafforza l’amore”). Resta forse solo una punta di gelosia, un po’ di possessività, quel sentimento che mi ti fa sentire “mia” e mi indispone quando qualcuno si avvicina più del dovuto o pensa di sentirti, esserti vicino e capirti più di quanto non lo sia e lo faccia io (ed è strano, tra l’altro, che provi tale sentimento per te e non l’abbia mai provato per una persona).
Eppure, ancora adesso, tutto mi ricorda di te, di noi. Forse perchè sei una terra di mezzo, troppo ricca di tanti Diversi perchè non ti possa ritrovare un po’ ovunque. Più probabilmente perchè potrei scappare nel posto più lontano del mondo e ti ritroverei comunque, semplicemente perchè ti porto sempre con me.

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2 thoughts on “aşk ilanım – dichiarazione d’amore (e divagazioni linguistiche)

  1. Peter Griffin ha detto:

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